Manincor

La continuità

La continuità.

onversazione sulla nuova cantina. Il committente Michael Goëss-Enzenberg (MGE) a colloquio con Walter Angonese (WA) e Rainer Köberl (RK).

Di Arno Ritter

AR: Manincor ha una lunga storia alle spalle e la nuova cantina coniuga in modo affascinante moderno e tradizionale.

MGE: La storia di questo luogo inizia nel 1608, quando Hyronimus Manincor costruì il maso e impiantò il suo vigneto. Agli inizi il maso si chiamava Ehrenhausen, ma ben presto prese il nome del suo fondatore. Un tempo questa zona non era un agglomerato di vigneti e frutteti come oggi; vi erano prati, campi e naturalmente l’allevamento presso il maso. Solo negli ultimi tre-quattro decenni questo paesaggio composito si è trasformato nell’attuale splendido paesaggio antropizzato. Manincor era originariamente un maso viticolo, luogo di coltivazione ma non di produzione del vino; l’uva veniva venduta a vinificatori o commercianti. Fui io a trasformare Manincor in un’azienda di produzione autonoma appena nel 1996, dopo aver completato gli studi di enologia, aver trascorso qui alcuni anni e aver riconosciuto le peculiarità di questo maso. L’ottima posizione dei vigneti, la bella collocazione di Manincor proprio sulla Strada del Vino e la vista del Lago di Caldaro hanno fatto lentamente maturare la nostra decisione di sfruttare in un percorso originale tutto questo potenziale. Non va dimenticato che negli ultimi anni si è fatto moltissimo in viticoltura, e soprattutto in Alto Adige si è dato atto della validità delle risorse locali per ottenere vini di alta qualità. In questa fase di trasformazione è maturata in me l’idea di osare questo passo verso l’azienda vitivinicola e quindi verso questo tipo di lavoro, per convinzione e passione per il vino. In effetti avevamo già cominciato a lavorare una parte delle nostre uve ed ad imbottigliare il vino in proprio, ma ad un certo punto ecco nascere una visione cui seguì la nostra scelta di vita: concentrarsi principalmente sulla produzione vinicola. Dopo molte riflessioni ed analisi decidemmo dunque di realizzare questa cantina accanto alla dimora antica e sotto il vigneto. Nel corso di tutti questi sviluppi Manincor è divenuto il centro della nostra esistenza: ufficio, attività di vendita, azienda, cantina, e non ultimo residenza.

WA: Il luogo e la collina in sé si sono presentati come collocazione ideale di una cantina, non solo per considerazioni relative alla tutela del paesaggio, ma soprattutto per la situazione topografica. Abbiamo potuto inserire i volumi della cantina nel conoide di deiezione glaciale e nel contempo mettere in relazione gli eccellenti presupposti del territorio circostante con l’architettura. Il paesaggio doveva rimanere pressoché immodificato, semmai reinterpretato, pur non potendo logicamente far sparire e rendere invisibili i 30.000 metri cubi della struttura che è stata, possiamo affermare a ragion veduta, confezionata su misura per questo posto, ricavandola dal contesto e dalla topografia del luogo. Così ora la cantina sembra esser lì come qualcosa di scontato, tutto diventa logico e dunque plausibile.

Nel corso di questo audace processo di trasformazione architettonica Lei ha anche puntato volutamente su una tipologia di vini legati al territorio.

MGE: Si è avviato un “rinascimento” per i vini antichi e ciò rappresenta il nostro potenziale, poiché produciamo vino che non si produce in tutte le parti del mondo. Lo scorso anno ero a Los Angeles e, con mia grande meraviglia ma anche soddisfa-zione, non mi hanno chiesto il nostro eccellente Pinot nero o il Sauvignon Blanc, bensì le nostre Schiave, tipiche di questa zona. La nostra filosofia è orientata a fare di tali varietà, così come del Lagrein, vini eleganti e di qualità. Negli ultimi anni spicca la tendenza a livello internazionale a produrre vini pastosi e di nerbo, dei quali non si va oltre il secondo bicchiere. Noi cerchiamo invece di ottenere dei vini importanti di qualità, ben strutturati e persistenti, che conservano sempre la propria eleganza e non ingannano. È in questo senso che si scoprono dei paralleli tra la nostra filosofia del vino e l’architettura della cantina.

Qual è il Suo rapporto con il vino?

MGE: Non sono certo il mio miglior cliente, ma amo il vino e lo apprezzo sia durante la produzione sia al momento della degustazione.

E il segreto del Suo successo?

MGE: Lavorare spesso senza compromessi. Bisogna sempre arrivare al limite e continuare ad affrontare nuovi rischi. Manincor è la maggiore azienda vitivinicola dell’Alto Adige, che lavora solo ed esclusivamente uve proprie; inoltre abbiamo fatto la precisa scelta di sperimentare nuovi metodi enologici, sostenendo anche un certo azzardo. Per la maggior parte dei vini utilizziamo, ad esempio, solo i lieviti indigeni del vigneto, perché sono convinto che nascano così vini con maggior carattere e più peculiari. Ci comportiamo in modo analogo con la maturazione del vino. Abbiamo l’occasione unica di poter impiegare per le nostre botti legno dei boschi locali. Non posso offrirLe qui una degustazione, ma tutti gli esperti sono dell’opinione che il rovere autoctono sia ideale per i nostri vini. La nostra clientela è composta in prevalenza da estimatori molto esigenti in fatto di qualità e pronti ad apprezzare il prodotto inconfondibile. Benché i nostri vini vengano commerciati in tutto il mondo, consideriamo ancora un punto nevralgico della nostra filosofia il contatto personale con il cliente e la vendita diretta. Per noi è importante che il cliente veda l’azienda e i vigneti, possa rendersi conto di persona di come produciamo i vini e quindi acquisti fiducia in noi e nel nostro prodotto, perché la fiducia è alla base di un rapporto fruttuoso e duraturo. Una delle nostre aspirazioni era dunque fin dall’inizio che l’architettura della cantina assorbisse ed esprimesse quest’approccio di trasparenza e onestà. Nulla è nascosto, i visitatori possono gettare uno sguardo su come na-sce il nostro vino, vedere i vigneti, i macchinari e comprendere quindi il nostro peculiare modo di affrontare la produzione.

Torniamo alla storia della costruzione. In un certo senso avete progettato questo edificio in quattro, parlandovi personalmente, insomma si potrebbe quasi dire che alle fondamenta della cantina vi siano la fiducia reciproca e l’evolversi di un linguaggio comune. In tal senso non si è creata neppure quella separazione di ruoli tra committente ed architetto, visto che Lei e Walter Angonese siete legati da un rapporto di collaborazione di lunga data e dalla passione per il vino; ciò che più mi ha colpito è il fatto che Angonese si sia rivolto a Lei a più riprese come al quarto architetto, quindi non solo come committente, ma in qualche modo come “co-artefice”. Si aggiunga poi il fatto che Walter Angonese è originario di Caldaro, ha vissuto qui durante i lavori di costruzione ed ha lavorato in stretta collaborazione con Lei. Come descriverebbe la fisionomia della nuova azienda vitivinicola, cosa spicca?

MGE: Abbiamo cercato di integrare l’esistente rispettandolo, di “completare l’edificato” nel solco della tradizione. Ne è nato, secondo me, un insieme che esprime armonia e gusto. L’architettura ha puntato all’essenziale cosicché la struttura risulta quasi invisibile dall’esterno. In tal senso i veri valori si celano all’interno, nell’approccio.

Restiamo allora all’interno: prima si è toccato il tema del particolare processo di fermentazione. Quali le peculiarità di tale processo?

WA: Quasi l’80% dei vini di Manincor fermenta su lieviti indigeni, ovvero sui lieviti naturali presenti nelle uve, che dispongono di quei microrganismi che inducono una fermentazione spontanea. I loro pendant sono i lieviti coltivati in laboratorio, si potrebbe quasi dire “allevati”, che fanno ottenere la stessa fermentazione nelle diverse varietà di vini. Nel caso di lieviti naturali sussiste certamente il rischio che possano essere comunque presenti microrganismi nocivi che rovinino il vino. Per questo motivo la fermentazione va controllata, mantenendo una temperatura fresca, interrompendo il processo o inducendolo con il calore. Ciononostante permane un rischio residuo che può portare a dover distruggere il vino. Ma i lieviti naturali del vigneto producono in fondo quel tipico sapore che contraddistingue i vini di un’area. Nasce così proprio quella ricchezza e singolarità del prodotto che viene alla fine apprezzata. Nel caso della fermentazione spontanea vi è l’unico problema che spesso non si è in grado di controllare di fatto i microrganismi naturali, che talora non si attivano. Ecco perché bisogna accompagnare e monitorare con precisione questa fase della vinificazione. I lieviti di laboratorio sono invece standardizzati e, per così dire, programmati nella loro efficacia.

Passiamo all’architettura. Si è parlato di un certo legame tra filosofia della vinificazione a Manincor e architettura. Vi sono forse dei paralleli tra queste due distinte attività?

RK: A mio parere non esiste un legame diretto. Non si può “costruire” un vino né fare architettura partendo dalla filosofia della vinificazione. Il vino non ci dice in realtà cosa dobbiamo fare. Certo si interagisce con la collocazione geografica, le specifiche del progetto, le aspirazioni e lo stile del committente; atteggiamento che è comunque per me un principio base in architettura. Per me le decisioni prese in fase di progettazione erano di tipo puramente architettonico, benché abbiamo bevuto spesso il vino di Manincor.

WA: In questo progetto sono sempre stato interessato ai parallelismi tra la filosofia della vinificazione qui da Manincor e la trasposizione in architettura. Benché non sia in grado di spiegare concretamente il legame tra i due ambiti, trovo che esista un certo parallelo sia nell’impostazione sia nell’approccio alla scelta dei materiali e ad alcune decisioni di tipo architettonico. Per me l’architettura contemporanea non è l’autorealizzazione di approcci astratti, ma la considero nel contesto del mondo vivente che la circonda. Vi è stata per me un’idea contestualizzata al di là di fattori puramente geografici e storici, aspirando ad un’ottica concentrata sull’obiettivo specifico. Questo progetto significa per me architettura condivisa e convissuta, tre anni di lavoro e riflessioni incalzanti sul vino ed intorno al vino.

La peculiarità e probabilmente l’aspetto più efficace della vostra collaborazione è stato forse proprio il diverso approccio nei confronti dell’architettura.

WA: Il progetto ha costituito per me un interessante e stimolante processo di comunicazione a quattro (Michael Graf Goëss-Enzenberg, Walter Angonese, Rainer Köberl, Silvia Boday), in cui ognuno ha certamente ricoperto un ruolo specifico ed è stato coinvolto ad un diverso livello. La cantina non ha in realtà un autore nel senso classico del termine, ma si è evoluta da un dialogo comune. Noi quattro abbiamo giocato per così dire a ping-pong, aiutandoci vicendevolmente a portare avanti il discorso. Importante è stato il fatto che il conte è un committente ideale, poiché da un lato è appassionato di architettura, sa leggere un disegno tecnico, è in grado di immaginare gli spazi, dall’altro, da enologo, ha pensato, meditato e talora anche sofferto con noi nell’ottica dei progetti o delle idee da noi proposti. È entrato nel dialogo, ha discusso apertamente e non ha respinto le nostre considerazioni per partito preso. Anzi, ha contribuito al progetto con idee importanti, migliorando così certamente il risultato.

Lo si vede, mi pare, anche perché l’architettura sembra realizzata come un unicum.

WA: Ciò ha a che fare sicuramente anche con la nostra idea di erigere la cantina in cemento armato come un monolito, realizzando la struttura con un unico materiale ed in una sola volta. Il particolare cemento utilizzato ha anche il vantaggio che vi si possono annidare i microrganismi così importanti per una cantina. Queste muffe generano un microclima che contribuisce alla maturazione del vino. In considerazione delle condizioni statiche e ambientali sono state create asimmetrie e pareti oblique che non derivano tanto da un’intenzione puramente estetica, quanto dall’adattamento alla topografia. Anche per porte e portoni abbiamo proceduto progettualmente in modo analogo, scegliendo acciaio arrugginito che proprio per questa sua caratteristica si conserva ed è protetto in modo ideale visto il clima umido della cantina. Per dirlo in altri termini: abbiamo sempre cercato di conciliare funzionalità ed estetica.

Avevamo anche l’occasione unica di poter riflettere sulla tipologia di una cantina ex novo e senza precedenti. Non era nostra intenzione riprodurre architettonicamente alcuna tipologia consueta di cantina, ma confrontarci con la filosofia dell’attività vinicola a Manincor e trarne idee per l’organizzazione degli spazi. Così, tanto per fare un esempio, abbiamo realizzato due cantine distinte per botti in legno di uno e di due anni, poiché parlando con il conte è risultato fosse meglio tenere separati questi due gruppi. È nel primo anno nella botte di legno che il vino in un certo senso “si fa”, nel secondo infatti si stabilizza nelle qualità che ha già sviluppato. In queste due fasi di maturazione il vino necessita di un proprio spazio. Nel contempo abbiamo tentato di supportare dal punto di vista architettonico la vinificazione come processo naturale che esiste da migliaia di anni. Una costruzione sotterranea consente di sfruttare le potenzialità geofisiche della terra. Ricoprire l’opera e ripristinare gli impianti a vite è stata un’operazione che va infatti oltre la sola dimensione del ripristino e dell’abbellimento paesaggistico. La terra ha funzione isolante, mantiene l’umidità e favorisce un clima costante in cantina. Un impianto di umidificazione ed aerazione tutt’attorno alla cantina consente, grazie all’impiego delle moderne tecnologie, di mantenere il grado ideale di umidità e permette di avere temperature costanti in tutte le stagioni. In conclusione abbiamo edificato una cantina concepita secondo l’idea della vinificazione di 2000 anni fa, ma che sfrutta la tecnologia e il know-how più attuali. Tutto dovrebbe essere logico, autentico, semplice e chiaro.