Manincor

Dieci anni

È già trascorso più di un decennio da quando qui operavano le ruspe.

E da quando macchinari pesanti hanno cominciato a spaccare senza remore il terreno e a scavarlo in profondità a pochi passi dalla residenza seicentesca. Oggi la nuova cantina di Manincor è molte cose al contempo: luogo di produzione per il vino, luogo di lavoro per le persone e, soprattutto, la testimonianza fattasi “pietra” della nostra filosofia.

Di Barbara von Hartungen e Kurt Höretzeder

I visitatori, ospiti regolari a Manincor, vi ritornano ancora una volta e in questo caso con l’idea di fare un viaggio nel tempo: uno sguardo al passato e insieme un inventario. Del pacchetto fanno parte alcune domande: la cantina risponde all’esigenza di essere un luogo di produzione moderno di vini naturali di prima qualità? Come percepiscono le persone il fatto di lavorare in un luogo simile? E poi: la nuova cantina di Manincor è diventata il “simbolo” della tenuta che si era auspicato, ma che non si può evocare attraverso il marketing per buono che sia?

La cantina. Il 4 aprile 2004 avvenne l’inaugurazione della nuova cantina di Manincor, celebrata con una grande festa. Molti presenti non riuscivano a riaversi dallo stupore per quell’architettura d’effetto eppure quasi invisibile dall’esterno. Allora si parlò molto anche del futuro, tra cui di cosa si sarebbe poi voluto fare. 300.000 bottiglie fu una cifra che ricorreva spesso nei discorsi e la cantina era strutturata per quell’obiettivo di produzione. Ma sì, se andrà bene però, hanno pensato altri. Meno dei presupposti tecnici: le capacità possono essere facilmente calcolate a priori, non certo la qualità. Nel 2008, a quattro anni dall’apertura, vennero prodotte e vendute già 155.000 bottiglie. E oggi, nel 2014, ecco raggiunte le mitiche 300.000. L’obiettivo è stato centrato.

Le cifre, tuttavia, non restituiscono da sole quanto è realmente accaduto. Se si fosse trattato solo di raggiungere un certo volume di produzione, lo si sarebbe potuto fare anche senza la costruzione della nuova cantina, un progetto davvero ambizioso. Michael Goëss-Enzenberg aveva però ben altro in mente. La sua visione e quella degli architetti era che la costruzione doveva dimostrare come la tecnologia più moderna e l’architettura contemporanea potessero essere accostate in un contesto storico e paesaggistico molto delicato in modo tale che, alla fine, presente e passato, ecologia ed economia, natura ed essere umano trovassero una convivenza il più possibile riconciliata. La nuova costruzione della cantina fu quindi un cambiamento di rotta decisivo. L’altro e altrettanto importante fu il passaggio dell’intera azienda alla biodinamica. E sebbene possa sembrare un po’ strano, il cerchio si chiuse di fatto solo attraverso la nuova cantina di Manincor. Fin dall’inizio infatti questa cantina fu progettata in modo tale che al suo interno trovassero prosecuzione quelle attività più naturali possibili svolte nel vigneto che hanno successo senza agenti chimici dannosi per la natura, non contro ma assieme ai cicli naturali. Fermentazione spontanea, sfruttamento della gravità in sostituzione di pompe meccaniche, creazione di un clima ideale in cantina con il più ridotto impiego possibile di energia ... si potrebbero fare anche altri esempi per illustrare la filosofia di Manincor sulla produzione naturale del vino nella nuova cantina. Perché, anche se è esteticamente gradevole, la cantina innanzitutto è appunto un luogo di produzione di vini pregiati.

Spettava ad Helmuth Zozin mettere in pratica a Manincor questo processo pluriennale di sviluppo e trasformazione. Dal 2008 è infatti il direttore della tenuta e al contempo il suo capo enologo, in stretta sintonia con il conte. Vi era in effetti bisogno di una grande esperienza perché la biodinamica è collegata anche a rischi consistenti. Soltanto chi comprende il bisogno di conciliare l’alternanza naturale nel vigneto con i complessi sistemi altamente tecnologici della cantina, può pensare di affrontare un’impresa così rischiosa. E oggi possiamo dire: ce l’abbiamo fatta. Naturalmente non è merito solamente del conte e del direttore della tenuta. La biodinamica non è un esercizio di bell’ingegno, una filosofia astratta, tutt’altro: è espressione precisa di lavoro duro, coerente e quotidiano che dev’essere interiorizzata da tutti coloro che lavorano in questa tenuta. Col che saremmo approdati alla seconda delle domande che ci siamo posti all’inizio: come percepiscono le persone il fatto di lavorare in un luogo simile?

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Il lavoro, la quotidianità. Quasi tutti coloro che lavorano qui c’erano già durante la fase di edificazione. Chi lavora qui, lavora effettivamente qui. Un luogo di tale rilevanza che richiede una dedizione convinta. Un posto di lavoro a Manincor è questo tipo di dedizione: al vino, alla natura, alla storia della casa. Chi oggi passeggia per Manincor e si intrattiene con le persone che trova sul posto, fa scoperte davvero incredibili. È evidente che qui, in una trama secolare, si è potuto realmente intessere un presente sotto molti aspetti nuovo. Un paio di galline o di pecore che scorrazzano libere tra i filari mentre sullo sfondo si sente, più che vedere, un quad al lavoro nei vigneti, ovvero uno dei quei veicoli modernissimi e decisamente strani che a Manincor sostituiscono i pesanti trattori e quindi gravano poco sul terreno. E pare quanto mai naturale che in questa tenuta si fondano tra loro persone di città ben vestite, che non si saziano di guardare quest’idillio agreste, e i lavoratori della tenuta. Ma tutti con le scarpe impolverate, quando camminano tra i filari.

Le vie che percorriamo spesso perdono il loro essere speciali, diventano ovvie. È quel che si vede a Manincor dopo dieci anni nella nuova cantina, un processo assolutamente normale perché utile: troppe distrazioni raramente fanno bene. E qualunque stupore si gode prima o poi anche una pausa meritata. Chi è qui ogni giorno avverte tutto ad occhi chiusi: le differenze di temperatura, una corrente d’aria, il passaggio dalla cantina nuova a quella storica. E lo ascolta: un gorgoglio, un ciangottio, un mormorio, un gocciolio. Percepisce come sono fatte le cose qui, anche senza guardarle: i raffinati corridoi tra i singoli ambienti e la sequenza delle stanze, le scale, le porte pesanti in acciaio ossidato, le belle lame di luce nella cantina delle barrique, la parete umida nel corridoio di servizio della cantina a due rivestimenti, tra il terreno rinforzato e il cemento armato ... Lo scorrere del tempo adagia ogni dettaglio dentro una quotidianità, per la quale è meno importante il timore reverenziale rispetto alla fruibilità. Il fatto che comunque in tale contesto resti tangibile la sensazione che tutto sia stato progettato e realizzato con amore, è qualcosa che è insito proprio nella buona architettura. Questa cantina non è contraddistinta da un timore reverenziale dinanzi ad un’opera che si alimenta di un’esagerata nostalgia estetica, ma dal rispetto per ambienti organizzati con intelligenza e dettagli funzionali la cui utilità deve dimostrarsi giorno per giorno e che ciò malgrado, quasi casualmente, danno anche gioia: la semplice gioia di lavorare in ambienti al contempo funzionali e “belli”.

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Discreta fino all‘invisibilità. Se la nuova cantina di Manincor sia divenuta un “simbolo”? Difficile rispondere a questa che è l’ultima delle tre domande iniziali. I superlativi usati alla leggera non rientrano nel vocabolario della nostra tenuta; per questo non diamo qui una risposta diretta, ma per vie traverse. Il che ci riporta ancora una volta all’architettura e alla sua nascita. “Continuità”: non c’è modo più sintetico e al contempo più discreto per riassumere il concetto che contraddistingue il lavoro dell’architetto Walter Angonese e che è confluito nella nuova cantina progettata assieme all’architetto Rainer Köberl. “una cantina è una cantina è una cantina” [W. Angonese] – niente di più e niente di meno. E se fa questo, allora è una buona cantina. Più facile a dirsi che a realizzarsi. Una residenza con 400 anni di storia: la risposta a cosa sia lecito e ragionevole costruire in un posto come questo in una posizione come questa, potrebbe essere effettivamente solo una cantina “invisibile”, quasi invisibile, o meglio: una cantina che sta sottoterra. È sempre stato così altrimenti non sarebbe una cantina, non è poi così difficile e l’idea non è di per sé nuova ... Ma così semplice non lo è neppure.

Il segreto di ogni costruzione ben riuscita non consiste solamente nel risolvere dettagli puramente funzionali. L’altra metà della storia è un confronto approfondito con l’ecosistema di vita della costruzione stessa. Una storia che si ritrae per un tratto dalla pianificabilità e ha piuttosto qualcosa a che fare con il “fiuto” e la conoscenza esatta di ciò di cui si tratta.

Non è esagerato dire che la cantina di Manincor può essere annoverata tra le più riuscite cantine di nuova realizzazione degli ultimi decenni. Si inserisce infatti perfettamente sia nei cicli quotidiani di lavoro della tenuta sia nel delicato paesaggio naturale che la circonda e di cui è il fulcro. A ragione le si attribuisce una parte importante nel “miracolo architettonico” di Caldaro, come sta scritto in una pubblicazione del 2006. Sarà anche questo il motivo per cui fino ad oggi il fiume di visitatori non si è arrestato: sono stati ben 40.000 quelli che hanno voluto vedere la cantina dalla sua entrata in esercizio nel 2004.

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Sotto questo aspetto si può proprio dire che la cantina è diventata un “simbolo” negli ultimi dieci anni, ma non nel senso di un gesto eclatante. Riesce semplicemente a creare legami: vi sono qui evidentemente processi impercettibili che trasferiscono a quelli della costruzione la storia della natura scritta nelle profondità nella terra, nella ghiaia, nelle piante – e che quindi la trasmettono poi anche agli uomini. Ciò che a tutta prima può sembrare un contrasto diviene trasparente: la storia di secoli si concentra in un presente visibilmente fattosi terreno, la natura si riconcilia con la tecnica, persone della più diversa estrazione costruiscono legami attraverso il lavoro e l’amore per il vino. In questo senso semplice e discreto la cantina è un “simbolo” della sostenibilità, del rispetto, dell’attenzione e della continuità. Un simbolo che incontra grande favore in tutto il mondo da parte di quegli estimatori del vino che attribuiscono valore alla qualità e alla naturalezza. Questa fiducia presuppone soprattutto, oltre ad un lavoro d’eccellenza, l’onestà, una virtù che accompagna Manincor dai primi schizzi per la nuova cantina fino a diventare una delle caratteristiche evidenti dei suoi vini oggi. E che terrà impegnata e vitale la tenuta anche negli anni a venire. In realtà non si raggiunge mai l’obiettivo, ci sono sempre molte potenzialità che restano ancora nascoste: nella natura, nelle persone e nella cantina stessa.

L'ultima immagine. Il frastuono del cantiere si è smorzato già da tempo. Ora tacciono anche le voci delle persone che qui svolgono il loro lavoro ogni giorno. Regna il silenzio, non potrebbe essere più bello. Un’occhiata giù al lago e poi via di nuovo nella cantina ormai ricoperta da tempo dalle viti. E dietro l’antica dimora. Nuova cantina e dimora antica sono separate da secoli di storia. Nel suo confrontarsi con l’identità storica del luogo, con le sue abitudini e storie di vita tante volte ripetute, essa non crea alcun contrappunto. Si potrebbe forse dire che nella nuova cantina l’antica dimora ha trovato un socio, un interlocutore che l’accompagnerà per i secoli a venire. È un degno interlocutore nel dialogo più spesso muto eppure così tangibile tra le epoche in questo luogo. Un dialogo che nel frattempo prosegue comunque già da dieci anni, da un decennio.